La lettera: competenze vigilanza luoghi di lavoro centralizzate


La lettera: competenze vigilanza luoghi di lavoro centralizzate Stampa E-mail
Inserito da Editor
martedì 19 giugno 2012
Ho letto l’articolo di incipit della news letters della settimana e non posso fare ameno di scrivere per contraddirne i contenuti. Sono un tecnico (TIAL), lavoro dall’87 nell’asl di biella e mi sono sempre occupata di luoghi di lavoro e negli ultimi anni anche di Reach: so di cosa parlo e vi grido che non ne posso più della gestione regionale della prevenzione.

Motivi, cercherò di essere sintetica anche se ne avrei per scrivere un libro: autoreferenzialità, disomogeneità territoriale e quindi scarsa autorevolezza, mancanza di risorse umane qualificate per affrontare le materie in campo con il decreto 81 (solo qualche esempio: vibrazioni, chimico, rumore, atex, ergonomia,……reach), provincialismo in un contesto sempre più europeo.
Insomma le regioni sono inadeguate ed è ora di prenderne atto invece di difendere dei totem nonchè dei poteri locali che non mi interessa tutelare.

Sarei felice si aprisse un dibattito sincero su questi argomenti perchè credo di non essere sola a vivere con disagio l’incapacità delle regioni a fare sistema ognuna arrocata nel suo piccolo territorio come se fosse il centro del mondo. Parliamone!

Claudia Sudano, TIAL ASL BIELLA

(claudia.sudano_at_aslbi.piemonte.it)

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14 thoughts on “La lettera: competenze vigilanza luoghi di lavoro centralizzate

  1. Sono un TPALL addetto alla vigilanza luoghi di lavoro e concordo pienamente con quanto detto dalla collega. Pochissime risorse (umane e d economiche) disponibili, nessun coordinamento delle funzioni, obiettivi sempre meno in linea con i presupposti scientifici…

  2. Cara Claudia, abbiamo la stessa anzianità professionale e penso che abbiamo avuto modo di vivere le medesime “stagioni professionali” trascorse da allora. Però, per contro, non sono per nulla convinto che un modello “centralizzato” offra maggiori garanzie di credibilità e competenze.
    Le risorse umane qualificate, infatti, sono il vero problema, le vere assenti. Noi abbiamo potuto vedere -negli anni- che “quelli bravi”, preparati e in grado di interagire con i diversi soggetti in modo efficace ed efficiente sono (e restano) mosche bianche.
    E con questo sistema formativo saranno sempre più rare: l’inizio della fine è stata l’istituzione dei corso di laurea de-professionalizzati TPSSLL , e l’affossamento delle selezioni con i vecchi ordinamenti.
    Provi poi a convincerci che il modello centralistico tipo Direzione del Lavoro offre maggiori garanzie di preparazione, uniformità ed equità: temo che la sua tesi troverà pochissimi sostenitori. Così come l’ottimo lavoro del DTS ex ISPESL non è facilmente esportabile senza la presenza sul territorio dei -volonterosi- partecipanti ai gruppi di lavoro.
    Il processo di adeguamento delle risorse e di omogeneizzazione è necessariamente lento ma doveroso.
    Cordialmente. Fausto Barezzi (fbarezzi at ausl.pr.it )

  3. Rispondo alla collega confermando quanto da lei esternato ed aggiungo una mia lettera esplicativa inviata al Capo dello Stato il quale ha condiviso i contenuti della medesima.
    Salve Egregio Presidente,
    Le mando queste brevi riflessioni perchè conosco la Sua sensibilità nei confronti del problema degli infortuni sul lavoro.
    Come Lei saprà il Servizio di Prevenzione e Protezione nei Luoghi di Lavoro delle AASSLL è deputato al controllo ed alla vigilanza del rispetto della normativa per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Visti i Suoi continui richiami ed appelli alla Prevenzione antinfortunistica, Le segnalo come è lo status quo della prevenzione infortuni in Italia, quali siano le problematiche che rendono l’organo principale deputato alla vigilanza, cioè la ASL locale, praticamente “monco” sotto certi aspetti. Questo per cercare di ridurre un danno sociale enorme come quello degli infortuni sul lavoro che sta flagellando il nostro paese: non si può morire così facilmente a causa del lavoro! Non è senz’altro difficile illustrare quali siano le diseconomie, se così vogliamo chiamarle, presenti all’interno del sistema ASL, gli sprechi, e soprattutto l’assoluta incompetenza di dirigenti che non agiscono come dovrebbero anche perchè non idonei a farlo. In buona sostanza appare alquanto forzato l’affidamento a profili medici della direzione di un settore estremamente tecnico come quello della vigilanza ed antinfortunistica nei luoghi di lavoro. Si potrebbe pensare di creare un settore, all’interno del sistema sanitario (Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro), esclusivamente tecnico deputato ai controlli della normativa antinfortunistica che è tecnica per definizione: ci sono alcune ASL in Italia dove questo avviene e, guarda caso, sono quelle più avanzate nel panorama nazionale (esempio: Reggio Emilia, dove è l’ing. Veronesi che è Direttore del Servizio PSAL, oltre ad essere Direttore del Dipartimento di Prevenzione ed alcune ASL della Toscana, ecc.).
    In particolare le questioni da mettere in risalto sono:
    -ridefinire i requisiti e i percorsi formativi degli attori della sicurezza in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale;
    -promuovere la cultura della prevenzione attraverso il coinvolgimento sinergico tra professionisti ed organo di vigilanza;
    -potenziare gli organi di vigilanza implementando le figure tecniche e valorizzando il ruolo strategico dell’ingegnere per la prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro.
    Le attività del Servizio di Prevenzione e sicurezza negli Ambienti di Lavoro (SPSAL) sono prettamente a carattere tecnico e non medico. Con ciò non si vuole intendere che i contenuti medici in questo settore non esistono, anzi ci sono e sono anche molto importanti, solo che sono preponderanti quelli di carattere tecnico.
    Questo è il problema fondamentale di molti dei Servizi SPSAL sparsi lungo tutta la penisola: il Direttore del Servizio è un medico ma i contenuti delle attività sono prettamente tecnici e ciò è inconfutabilmente dimostrabile dai resoconti annuali disponibili a livello regionale (dati LEA). Inoltre, ciò che maggiormente colpisce è che la figura dell’RSPP (Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione) nelle aziende è “vocazionalmente” un tecnico cui dovrebbe logicamente corrispondere, quale interfaccia nella struttura pubblica, un soggetto con identica preparazione di base, cosa che invece non avviene. Pertanto, si potrebbe evocare con giusto diritto che il Direttore di tutto il Servizio fosse un tecnico anziché un medico.
    Si pensi all’alta incidenza dell’attività di questo Servizio sul territorio e sugli operatori del settore, in sostanza sulle imprese e sui lavoratori: si concorderà sulla necessità che esso dia sempre e costantemente risposte certe e qualificate, nell’interesse di tutta la cittadinanza e del tessuto sociale.
    Grazie Presidente per il tempo che vorrà dedicare a questa problematica.
    [Lettera inviata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a settembre 2010]
    Risposta del Presidente (in breve): “condivido il Suo pensiero sull’inadeguatezza dei Servizi di prevenzione delle AASSLL, così come attualmente strutturati”.
    Occorre aggiungere altro???

  4. dal dominio dei medici al dominio degli ingegneri … dalla padella alla brace ??? Perchè non si dice che l’attività della prevenzione e in particolare quella nei luoghi di lavoro necessita di un intervento coordinato e con il contributo di molte professionalità (tecnici della prevenzione, medici, ingegneri e … psicologi del lavoro, fisioterapisti o fisiatri, ecc…). Il coordinamento di queste figure professionali deve esser fatto da chi è capace di coordinare e di avere una visione più allargata … al di la della qualifica iniziale…. Se poi ci sono persone a dirigere che sono incapaci di lavorare di squadra… non dipende dalla loro professione.

    Massimo, TdP della Toscana

    • Qua non si parla di dominio, bensì di profili dirigenziali con competenze in grado di aiutare e supportare i tecnici della prevenzione a svolgere CORRETTAMENTE il loro lavoro! Beh, credo proprio che un dirigente tecnico, sia esso ingegnere o altra laurea tecnica equipollente, sia maggiormente in grado di assolvere questo compito: del resto deve dirigere tecnici. E’ la forma mentis che conta in questi casi…… ed un tecnico è più avvezzo a gestire risorse umane, tecniche e finanziarie, come recita il CCNL in merito al concetto di dirigente e al concetto di struttura. Non dimentichiamo che la pensa allo stesso modo anche il nostro Presidente e credo che la Sua sia un’opinione autorevole.

  5. Pingback: :: news diario prevenzione ::: 7 settembre 2012 ::: vol.n° 52 « diario prevenzione news

  6. Ringrazio l’editor e i colleghi per aver considerato quello che era un vero “grido di dolore” e ne approfitto per condividere quanto scritto da Massimo della Toscana che evidenzia come la nostra attività sia multidisciplinare; ed è proprio per questa caratteristica che le regioni mancano delle risorse economiche e umane per essere di supporto alla complessa attività di vigilanza e dare adeguate e univoche risposte al territorio.
    Vorrei fare due esempi estremi ma reali per chiarire il mio pensiero:
    1) Immaginiamo di fare un intervento di vigilanza in una “banale” carrozzeria (ma potrebbe essere una falegnameria) di 5 dipendenti; entriamo nel merito di tutti i rischi che compongono il DVR di tale azienda e per ciascuno di essi (Gestione emergenze, luoghi ed attrezzature di lavoro, vibrazioni, rumore, chimico/cancerogeno, MMC/sovraccarico biomeccanico arti sup., ATEX) e valutiamo l’appropriatezza delle valutazioni tecniche, l’efficacia delle misure di prevenzione attate e programmate, la conformità della relativa sorveglianza sanitaria. Bene, quante di queste piccole aziende ne esce “viva”?
    2)Immaginiamo di essere un tecnico della prevenzione dell’asl di Taranto e di programmare un intervento di vigilanza in una azienda a caso, l’ILVA; ; entriamo nel merito di tutti i rischi che compongono il DVR di tale azienda e per ciascuno di essi (Gestione emergenze, luoghi ed attrezzature di lavoro, vibrazioni, rumore, chimico/cancerogeno, MMC/sovraccarico biomeccanico arti sup., ATEX) e valutiamo l’appropriatezza delle valutazioni tecniche, l’efficacia delle misure di prevenzione attuate e programmate, la conformità della relativa sorveglianza sanitaria. Quanti di voi si sentono all’altezza o hanno una regione in grado di supportarli tecnicamente in ciascuno degli argomenti su cui dovrete svolgere la vostra attività di vigilanza?
    Non so se centralizzare è la soluzione ma certo occorre fare sistema per reperire le risorse umane ed economiche per affrontare al complessità del decreto 81 e oltre a ciò occorrono semplificazioni e soprattutto soluzioni da fornire alla PMI per affrancarli da un una ragnatela di carta priva di contenuti e fornirgli strumenti efficaci al miglioramento della salute e della sicurezza dei lavoratori (penso al Regno unito dove hanno l’HSE, in Francia l’INRS, in Svizzera il SUVA, e noi?).

    • Vito BRUNO
      12/09/12

      Credo che le riflessioni di Claudia siano assolutamente condivisibili. Gli esempi da lei citati, tutt’altro che estremi, rappresentano la normale quotidianità per tutti gli operatori che, in strutture complesse e organizzate (cantieri, aziende di vario genere) si trovano ad esaminare documenti, macchine, procedure di lavoro, ecc. per decidere, da soli, se quanto visionato sia coerente con la normativa prevenzionistica.
      L’agnosticismo non ci è consentito.
      Dobbiamo decidere se un rischio c’è o non c’è.
      Se c’è dobbiamo valutare, e quindi decidere:
      – se è stato valutato correttamente;
      – se le misure indicate sono adeguate e coerenti con eventuali norme tecniche di riferimento (tante e corpose);
      – se l’organigramma formale dell’azienda è coerente con quello sostanziale (altrimenti le prescrizioni vengono destinate a soggetti sbagliati);
      – se segnalare la non conformità di una macchina marcata CE.
      – se…. ecc. ecc.
      La nostra attività è appunto multidisciplinare.
      Una multidisciplinarietà che non trova appigli da nessuna parte perché la nostra struttura organizzativa non è in grado di fornirli.
      Non so quanti sono i dirigenti della mia ASL, so solo che di fronte a dubbi, giuridici o tecnici, ho un unico modo per risolverlo: il confronto con i miei colleghi di lavoro.

      Si provi a leggere il piano regionale di prevenzione 2010-2012. Le pagine da 163 a 178 sono dedicate alla “prevenzione dei rischi in ambiente di lavoro”. Ebbene, fatta salva la nota introduttiva sulle dimensioni epidemiologiche del fenomeno infortuni e malattie professionali, il documento non è altro che una mera riproposizione dell’art. 20 della legge 833/78 (la promozione della salute viene solo enunciata e l’attività di vigilanza viene appena accennata).
      Si percepisce un senso di abdicazione istituzionale da parte della regione e dei dipartimenti di prevenzione delle ASL.
      Dolo? o colpa? Non lo so.
      Come ho già accennato, sul versante della promozione della salute, fatti salvi enunciati di carattere generale, mancano proposte operative.
      La vigilanza è ridotta ad una mera esercitazione numerica: 3900 cantieri; 280 aziende agricole; ecc.
      In conclusione anch’io credo che il problema sia di contenuti (come dimostrano i due esempi di Claudia) e non di forme più o meno centralizzate (agenzie, ASL, o altro).
      La latitanza istituzionale trà l’altro, concludo veramente, non è prerogativa esclusiva delle regioni.
      Ad esempio: la commissione consultiva permanente ha prodotto nel 2011 un documento pregevole di circa 30 pagine (vado a memoria) sulla fornitura del calcestruzzo. Ebbene la stessa commissione ha prodotto due scarni documenti: uno sullo stress lavoro-correlato (tre paginette) e un altro relativo alle “Prime indicazioni esplicative in merito alle implicazioni” del REACH e CLP (11 pagine).
      Non è anche questo un modo per lasciare i servizi privi di riferimenti e quindi …….?
      Vito BRUNO – TPALL ASL TO3

  7. Gent.mi tutti-e, ho lasciato qualche anno fa il lavoro di Tecnico di Servizio PSAL (Regione Lombardia) e per un concorso di RSPP in un Ente, e non l’avrei mai fatto se le motivazioni non fossero in fondo tutte quelle che voi citate.. Ero motivata, eticamente, professionalmente, e credo che il vero problema sia che in fondo non conta quale sia l’Ente o la categoria professionale che dirige e coordina questi servizi.., credo che conti il fatto che un lavoro di questa tipologia, per il forte impatto organizzativo etico e penale del nostro lavoro sulle aziende e sugli enti che si controllano, debba essere tolta da ogni logica di potere territoriale e politico o meno che sia e debba essere riconosciuta una indipendenza professionale e, che certo deve seguire ad una forte motivazione individuale e ad una preparazione e specializzazione tecnico-scientifica degna di tal nome, un valore civile maggiore..Non credo che i colleghi della DPL possano dire che sia diverso da loro: ad oggi la perfezione del nostro lavoro dipende solo ed esclusivamente da quanto ognuno di noi ci mette di proprio nel suo lavoro e da quanto ritiene di doversi aggiornare e di dover valorizzare, con le aziende e con gli enti che si controllano, il valore organizzativo e pianificatore del sistema sicurezz in generale.
    Non può essere così..

  8. Pingback: newsletter diario prevenzione 13 settembre 2012 – vol.n° 53 « diario prevenzione news

  9. ciao a tutti,
    scrivo da Brescia dove la situazione è la stessa da voi descritta…
    è in corso “forse” una riorganizzazione dell’ASL, dove forse si vorrebbe dividere i destini di Medici e Tecnici, ma…solo per far un dispetto ai Medici, non perché si sa cosa si sta facendo…le professionalità, l’attività quasi esclusiva con la Procura…non vengono nemmeno prese in considerazione… l’operatore si trova spesso solo davanti al problema del giorno….solo grazie al confronto con i colleghi si riesce in qualche modo a venirne a capo….
    al momento non ho soluzioni da portare… sono solo un pò stanco…
    saluti

  10. Pingback: newsletter diario prevenzione – 20 settembre 2012 ::: vol. n° 54 « diario prevenzione news

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